Negli anni Ottanta, il musicista americano John Cage, maturo di età e di riconoscimenti, si dedicò per la prima volta al genere tipicamente italiano ed europeo dell’opera. Compose Europeras, una serie di cinque opere, costruendo le singole parti con la tecnica degli objets trouvés. Compose un testo musicale tutto fatto di citazioni, un assemblaggio di cose create da altri, di materiali sonori preesistenti. La tecnica di Cage prevedeva l’assemblaggio casuale dei pezzi sonori, nella sua poetica dell’indeterminatezza del senso del mondo. Nelle arti plastiche gli objets trouvés sono spesso messi insieme non a caso, ma secondo un piano di preordinata visione artistica. La stessa aspirazione l’aveva provata Antonio Salieri nel 1786 nel musicare il libretto di Giovanni Battista Casti Prima la musica e poi le parole, un sofisticato meta-melodramma, il cui testo musicale prende a prestito la musica di altri per almeno un sesto della sua lunghezza. L’intento di Salieri e di Casti era la comicità e la burla, quello di Cage la serietà e la difficoltà del mondo indeterminato, tutti fidando nell’arte.

L’occhio dell’artista vede nei pezzi sparsi forme e segnali preclusi ai più. Prevede l’unità estetica invisibile nei singoli oggetti. Una delle cose indeterminate che il mondo produce sono gli oggetti che l’umanità butta via, interi o pezzi che il caso e il tempo avranno modo di cambiare. Cose perse, materiali persi, distrattamente gettati da chi ha bisogni intensi ma non occhi pungenti. Il tempo è uno scultore, forse il più grande e il più instancabile modellatore di materia inerte e materiali vivi. Se l’umanità perde pezzi di oggetti il tempo li ritrova, li graffia, li leviga, ne ritinge i colori, il legno non ha più schegge né spine, la ruggine rende le chiavi inservibili, ma colora le serrature dell’anima di rosso, il ferro di un cardine diviene colonna e capitello, e tiene in piedi una casa di legno.

Le opere di Alessandra Zocchi sono ipertesti di pezzi di testi elaborati tra altri uomini in combutta col tempo e lo spazio. Qualcuno, chissà dove, aveva piallato una finestra, un altro artigiano l’aveva dipinta, il fabbro ci aveva messo gangheri e maniglie. Le cose funzionavano. Gli oggetti c’erano. Operai della funzionalità preparavano il materiale che il tempo ha degradato per dare la materia prima e lo scarto secondo per la composizione poetica dei quadri scolpiti da Alessandra Zocchi. L’artista li ha raccolti come Borghi e Navi, come dire Terra e Mare, abitati e navigati da gente con gli occhi attenti, le mani libere per nuotare, i piedi che si fanno archivio di viaggio. Non è collage dadaista, che prevede l’accostamento di cose che provengono da mondi diversi, dal senso distante, da regni separati, la cui vicinanza deve provocare stridore di significati per produrre un altro e inaspettato senso. È stratificazione di storie abbandonate, messi insieme con affetto, con lo stesso amore di chi vuole abitare un borgo, un luogo intimo a ridosso delle mura di una città, ma freme per partire su una nave, anche una barchetta, anzi un piccolo naviglio col fumaiolo, un bastimento carico di…

Gian Luigi Corinto